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Credits
24-25 MAGGIO 1796: NAPOLEONE A BINASCO - di Luigi Malacrida
IL FATTO STORICO

La rivolta del milanese
L'insurrezione verificatasi in Lombardia nel maggio 1796 contro l'armata napoleonica era stata abilmente architettata dai cospiratori austriaci, diffondendo voci che gli inglesi avevano riconquistato Nizza e il Generale Beaulieu alla testa di sessantamila uomini marciava verso Milano, ciò servì a sobillare gli animi nelle città di Milano, Lodi, Varese, Como e Pavia.
Per quanto riguarda la ribellione avvenuta nel milanese e nel pavese va detto che già il 23 maggio a Milano cominciarono a formarsi dei tumulti che avrebbero potuto avere gravi conseguenze se non fossero stati immediatamente sedati dal Generale Despinoy. Solo con l'arresto di alcuni rivoltosi che avevano fatto oggetto di lancio di pietre alcune guardie francesi e tentato di abbattere l'albero della libertà eretto dai Francesi nella Piazza del Duomo, la gente intimorita si era ritirata nelle proprie case e i sediziosi nascosti nell'ombra. Nella notte la Guardia Nazionale e le Truppe Francesi pattugliarono le strade perquisendo chiunque incontrassero. La mattina seguente vennero arrestati a scopo precauzionale diversi membri del disciolto Consiglio dei Sessanta e della Municipalità e condannato a morte e fucilato nei pressi di porta Ticinese il giovane rivoltoso Domenico Pomi, con l'accusa di tentato omicidio di un sergente francese.
Il Generale Despinoy fece pubblicare un ordine che intimava di tenere chiusi i circoli, le botteghe e le case dopo l’Ave Maria vespertina e proibiva di formare raggruppamenti di persone, soprattutto di notte nelle strade pubbliche, sotto pena di essere dispersi dalla forza militare e i promotori sottoposti a giudizio entro le 24 ore.
Lo stesso giorno l'Arcivescovo di Milano inviò una lettera pastorale raccomandando alla popolazione la tranquillità, l'obbedienza e la sottomissione al conquistatore francese che aveva promesso amicizia e rispetto della Religione.
Mentre a Milano la situazione era sotto controllo, a Binasco e Pavia iniziava nel frattempo a serpeggiare la ribellione.



Nella notte tra il 22 e 23 maggio a Pavia con la cattura e le minacce di morte al Generale Haquin, la guarnigione comandata dal comandante Latrille e dal capitano Ferrand, venne costretta ad asserragliarsi nel castello con i trecento uomini lasciati dal Generale Augereau.
Bonaparte, che in quel momento si trovava a Lodi, venuto a conoscenza dei moti sediziosi che stavano scoppiando a Binasco e a Pavia, decise di agire prontamente e soffocare sul nascere la sommossa prima che prendesse più gravi proporzioni.
I rivoltosi, per niente intimoriti, si radunarono a Binasco armati di forche, bastoni, poche sciabole, fucili e di 2 cannoni inservibili in quanto mancanti di proiettili, prelevati dal Castello della Famiglia Belgioioso. Lo scontro fu violento ma i francesi, meglio armati e organizzati, ebbero ben presto il sopravvento e dopo averlo saccheggiato, incendiarono il villaggio.
Nel frattempo Bonaparte ritornato a Milano il 25 maggio, fece promulgare un Manifesto in cui prometteva l'amnistia ai ribelli, qualora avessero deposto le armi e giurato fedeltà alla Repubblica Francese. Fece sì che fosse lo stesso Arcivescovo di Milano a portare di persona tale editto a Pavia, ma non valse a convincere e ammansire la popolazione in agitazione.
Il Generale in Capo arrivò a Pavia nelle prime ore del pomeriggio del 25 con ingenti truppe e cannoni. Ordinò l'attacco su tre file. Quella di centro, che camminava sulla strada principale era composta da granatieri condotti da Lannes; la seconda formata dai tre distaccamenti di cavalleria del V e del XV reggimento dei dragoni e del XXIV cacciatori comandati dal capobrigata Milton; la terza dall'artiglieria leggera al comando del Generale Dommartin che abbatté le porte della città disperdendo i rivoltosi. La città però venne risparmiata dall'incendio, anche perché i soldati che, dopo essersi asserragliati nel castello, si erano arresi per mancanza di viveri e munizioni, essendo stati risparmiati dai ribelli, chiesero a Bonaparte che a sua volta la città venisse risparmiata.
"Binasco". Visione di Binasco dal Ticinello. (Dis. a penna di G.P. Bagetti. Castello di Vincennes, Parigi). Si vedono allineate le case, il castello e la chiesa nel loro aspetto settecentesco.

L'eccidio di Binasco del 24 maggio 1796
Binasco nel 1796 è un importante borgo con un migliaio di abitanti, situato a metà strada tra Milano e Pavia. È Capo di Vicariato e Distretto territoriale con Pretura, Cancelleria ed Esattoria per 76 località limitrofe che contano circa 25.000 abitanti.
Il borgo ha come baluardo difensivo il castello e i ponti della Catena, sul Ticinello e quello sulla roggia Carona, presso il mulino di Binasco.
Martedì 24 maggio Binasco viene occupata da circa un migliaio di contadini guidati dal Parroco Paolo Bianchi di Samperone, dal Curato di Trivolzio Domenico Capelli e altri notabili, provenienti dai borghi di Bereguardo, Casorate Primo, Giovenzano, Marcignago, Torre del Mangano, Torriano, Vellezzo Bellini ed altri.
I rivoltosi fanno suonare le campane a stormo; il fabbriciere della chiesa e curatore dei beni della Certosa di Pavia, Antonio Maria Nidasio, è assassinato con una sciabolata da uno di loro.
Gli insorti innalzano barricate e si posizionano sulla strada maestra dalla parte di Milano (località Pilastrello), all'imbocco del paese nei pressi dell'osteria dell'Insegna della Corona, al ponte del mulino e al ponte della Catena nei pressi dell'osteria dei Tre Re. Parte di essi occupano le tre osterie e tre bettolini del paese (Cavalletto, Insegna della Corona, Tre Re, Annunziata, Rosa, Tre Scagni).
La maggior parte dei rivoltosi sono contadini ed il loro armamento è costituito da forche, roncole, bastoni e pietre, con un esiguo numero di sciabole e fucili.
Quasi la totalità dei residenti e dei fittabili della zona rimangono neutrali.
Lo stesso giorno, su ordine di Bonaparte, il commissario Antoine-Christophe Saliceti con un contingente di circa 3000 uomini lascia Milano diretto a Pavia. La colonna è formata da un battaglione di fucilieri e granatieri dell'84a e mezza brigata di fanteria [2400 u.] dell'Avanguardia(1) del Generale Claude comandata dal

Dallemagne, capobrigata Lannes; tre compagnie di cavalleria(2), il 5° [100 u.] e il 15° [100 u.] reggimento dei dragoni e il 25° (o 24°) [100 u.] cacciatori della Divisione del generale Charles-Eduard Kilmaine, comandata dal capobrigata Milton e l'artiglieria leggera(3) comandata dal generale Elzéard-Auguste Dommartin [90 u.].
Nel tardo pomeriggio la colonna di militari inviati da Bonaparte arriva nei pressi di Binasco; i dragoni a cavallo in avanscoperta sono presi a fucilate dai ribelli prima di entrare nel borgo, uno di loro è ferito mortalmente.
Il capobrigata Jean Lannes si stacca dal grosso del reparto con circa 300 uomini, parte della cavalleria e a seguire tre compagnie di granatieri della 69a di fanteria, e assale i manifestanti. La meglio organizzazione militare ha ben presto il sopravvento sugli insorti.
Il grosso del contingente sosta a distanza nei campi fuori dal paese dalla parte di Milano, in attesa degli eventi, prima di proseguire; i soldati arrivati a Pavia attendono fuori le mura della città l'arrivo del Generale in Capo prima di attaccare.
Alla vista dei soldati la popolazione del luogo fugge e si mette in salvo nelle campagne dal lato di Pavia; tra di essa ci sono la vedova Caterina Repossi con i sui cinque figli, i sarti Antonio e Giovanni Ferrario con i tre piccoli figli e la madre inferma, il Marchese Giovanni Battista Belcredi con la moglie e i suoi sette figli che si rifugiano a Milano.
La resistenza dei rivoltosi è di breve durata, inseguiti dai soldati francesi, sulla strada per Pavia tra il ponte della Catena e il ponte di S. Giovanni, vengono dispersi. I più irriducibili con Don Bianchi e Don Capelli si uniscono al grosso della popolazione pavese anch'essa in rivolta. Il Bianchi, tradito, verrà arrestato di lì a qualche giorno, processato e fucilato a Milano; Don Capelli invece sarà più fortunato, riuscirà a fuggire e rimarrà in esilio per tredici mesi prima di rientrare nella sua parrocchia.

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